Già, perché Internet non è soltanto un mezzo attraverso cui si esercita la libertà individuale, e non è nemmeno solo uno strumento di emancipazione sociale dei “left behind” digitali: è anche un formidabile elemento di integrazione nell’economia di mercato di individui e aziende che di questo mercato sono rimasti ai margini, o che comunque potrebbero entravi in modo molto più massiccio.
Quindi il superamento del digital divide non è solo interesse di chi si trova dall’altra parte del fossato elettronico, ma è anche un obiettivo dalle ricadute economiche per quelli che già sono infoalfabetizzati e per tutto il Pil di un paese.
Nonostante ciò, da noi Internet viene messo a rischio sia in quanto diritto liberale sia in quanto diritto sociale. Forse perché la “libertà d’impressione” è anche e soprattutto stimolo a ricevere e a cercare i messaggi politici e culturali più diversi, per poi consentire a chiunque di costruirsi un’identità d’opinione propria: un obiettivo che sta all’opposto esatto rispetto al modello di un paese omogeneo, conformista e povero di biodiversità culturale, dove pertanto va benissimo investire in tivù.


